Simulazioni cliniche

Oggi sono stato al CMT Simulation Training Day e ho pensato di raccontarvi cosa sia il sim training, perché è un aspetto della formazione medica britannica che credo assente in Italia – per lo meno come si fa qua, e per lo meno alla Federico II.

La simulazione clinica è una sessione formativa in cui si provano degli scenari di urgenza con un paziente-manichino, sotto la supervisione di alcuni educatori. Gli ospedali hanno delle aree dedicate, che ho schematizzato qui sotto.Schema Sim Training Suite

Nella stanza centrale, che ho indicato con “Sim“, c’è il letto del paziente con il manichino. Somiglia a una vera stanza d’ospedale: ci sono gli attacchi per l’ossigeno e il vuoto, il carrello delle emergenze, farmaci, l’occorrente per le procedure, un macchinario per misurare i parametri vitali, un telefono. È in questa stanza che entra l’allievo, dopo una piccola introduzione in cui gli viene spiegato qual è il problema clinico. C’è anche uno degli educatori, nella funzione di infermiere. Il manichino spesso è piuttosto tecnologico (e costoso!) – per esempio può aprire e chiudere gli occhi, ha dei suoni polmonari e cardiaci udibili con il fonendo, si può intubare…

Nella stanza a sinistra (“Controllo“) ci sono uno o più educatori che possono vedere quello che succede nella stanza Sim attraverso il vetro (che però è specchiato dall’altro lato). Possono inoltre telecomandare il manichino, i parametri vitali, il defibrillatore, e rispondono al telefono qualora l’allievo decida di chiamare qualcuno.

Nella stanza a destra (“Osservazione“) ci sono gli altri allievi, che vedono su uno schermo quello che succede nella stanza Sim, tramite delle telecamere.

Per farvi capire come funziona, vi racconto lo scenario che ho dovuto affrontare io oggi.

Sono nella stanza di osservazione e George, l’anestetista che sta coordinando, mi chiama. Nel corridoio mi spiega che sono il Medical SHO e sono stato chiamato in pronto soccorso per vedere il signor Wallace, settantaduenne, appena ricoverato per melena.

Entro nella stanza sim. L’infermiere (che è in realtà un altro educatore) mi presenta al signor Wallace. Chiedo all’infermiere di prendere i parametri vitali e inizio a raccogliere una breve anamnesi al manichino, il quale mi risponde (sento tramite una cassa la voce di un’educatrice posizionata nella stanza di controllo). L’infermiere mi interrompe dicendomi che la pressione è 80/36. Gli dico di prendere sangue zero negativo e attivare il protocollo di emorragia grave, mentre cambio approccio e inizio la mia valutazione ABCDE.

Il paziente parla e quindi ventila, satura bene, non tachipnoico, murmure vescicolare bilaterale, ipoteso e tachicardico, una chiazza nera sulle lenzuola, tempo di riempimento capillare aumentato. Mando un campione di sangue in laboratorio per emogruppo mentre l’infermiere attacca la sacca di sangue. Mi arrivano i risultati del prelievo fatto in arrivo al PS: Hb 6, creatinina 280 mmol/L. La pressione continua a scendere, il manichino mi dice che ora ha dolore toracico. Chiedo un ECG all’infermiere, il paziente inizia a desaturare; attacco l’ossigeno 15 L/min. Riausculto il torace e stavolta sento rantoli bilaterali. L’ECG mostra… STEMI antero-laterale!

Faccio somministrare morfina endovena e paracetamolo, ma non posso dargli un doppio antiaggregante o trasferirlo per un’angiografia coronarica mentre ha una melena di questa portata – né trasferirlo in endoscopia per una gastroscopia mentre ha uno STEMI! Chiamo il Med Reg per chiedere di aiutarmi. La Med Reg (cioè l’educatrice nascosta nella stanza al lato) mi dà alcuni consigli, ma purtroppo è bloccata con un altro paziente e non può venire. Inizio a rivalutare ABCDE – la pressione arteriosa continua a scendere nonostante la seconda trasfusione, il manichino mi dice che ha ancora dolore forte e le mie ascelle sudano…

Lo scenario è terminato“.

Ritorno nella stanza di osservazione, dove gli altri allievi mi esprimono solidarietà per la difficoltà dello scenario. Poi arrivano due degli educatori, si uniscono a noi e inizia il feedback. “Andrea, riassumici brevemente cosa è successo… Cosa credi di aver fatto bene? E cosa invece credi di aver potuto fare meglio? Credi di essere riuscito a mantenere una buona comunicazione con l’infermiere?

Gli altri scenari che hanno dovuto affrontare i miei colleghi comprendevano: una sessantenne piretica dopo chemioterapia, una ventiduenne incinta con uno status epilepticus, un ventiseienne leucemico in arresto cardiaco.

Perché?, vi chiederete. La simulazione consente di affrontare situazioni cliniche importanti in un ambiente sicuro, dove si possono fare errori senza conseguenze. Il riscontro finale è una chiacchierata informale, non un voto, e mette in luce aspetti positivi e cose che possono essere migliorate, sia per il lato strettamente clinico che per altri fattori, come la comunicazione con l’infermiere e con il paziente, la consulenza telefonica, la consapevolezza situazionale, la fiducia in sé stessi.

La simulazione clinica viene richiesta a tutti i livelli formativi – i contenuti ovviamente cambiano in base allo stadio. Uno scenario di riacutizzazione di BPCO, per esempio, può incentrarsi:

  • sull’uso dell’ossigenoterapia per gli studenti del terzo anno;
  • sulla prescrizione sicura per gli studenti dell’ultimo anno;
  • sulla gestione iniziale per gli F1;
  • sulle comorbidità e sulle indicazioni per la NIV per i CMT…

Esistono inoltre simulazioni specifiche per specialità: problemi intraoperatori per i chirurghi, intubazioni difficili per gli anestetisti, sospetto di abuso di minore per i pediatri…

Finora ho dovuto fare una giornata di simulazione clinica ogni anno. Le ho sempre trovate molto utili – per esempio, non ci si imbatte spesso nell’anafilassi, quindi è utile simulare le azioni da compiere nel caso succedesse un giorno al lavoro. Possono essere un po’ macchinose a volte: i manichini non sono perfetti, e quindi a volte costa un po’ mantenere la verosimiglianza.


Che ne pensate? Avete avuto esperienza di simulazioni cliniche, in Italia o in altri paesi? All’università, durante la formazione specialistica oppure magari in corsi dedicati come l’ALS? Credete che siano utili?

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Storia di chi torna e di chi resta

Arriva un momento in cui un emigrato inizia a chiedersi se abbia fatto la scelta giusta, immagina come sarebbe tornare indietro. La nuova vita si sovrappone a quella vecchia, le identità, le relazioni e le esigenze si intrecciano e si combattono in modi sempre nuovi.

Per aiutare a gettare un po’ di luce su questa crisi di mezzo espatrio, e per farvi sentire delle voci diverse dalla mia, ho deciso di intervistare via chat tre medici italiani che, dopo essersi laureati in Italia, hanno completato il Foundation Programme nel Regno Unito, trascorrendo il primo anno vicino alla capitale e il secondo anno a Londra. Due di loro, Sara e Armando, hanno poi deciso di tornare in Italia e sono subito entrati in specializzazione, l’altra, Mariele, è rimasta in Inghilterra.

ma tu veramente

“Ma tu veramente vuoi restare qua?” – Il Padre d’Italia (2017), di Fabio Mollo

Benvenuti su Barcielonda!
Sara ― Grazie, Andrea!
Mariele ― Grazie, ti seguo sempre!
Armando ― Grazie a te per l’invito! Sono da sempre un tuo fan e metto like a tutti i tuoi post! 😋
Per iniziare, mi raccontate i vostri percorsi?
Armando ― Mi sono laureato in Italia nel 2014. Senza abilitarmi ho inviato la domanda per il Foundation Programme 2015 ed ho passato un anno in una cittadina vicino Londra e un anno a Londra. Dopo aver completato l’F2 sono ritornato in Italia e ho tentato il concorso nazionale, aggiudicandomi un posto in specializzazione nella mia città.
Sara ― Il mio percorso è simile a quello di Armando: mi sono laureata in Italia nel 2014, ho completato il Foundation Programme nei due anni successivi per poi ritornare in Italia. Anch’io ho superato il concorso; sono entrata in Pneumologia.
Mariele ― Ho studiato alla statale di Milano e il mio percorso estero è iniziato in Erasmus in Spagna al quinto anno. Lì capii quanto potesse essere diversa l’esperienza universitaria e medica al di fuori dell’Italia e decisi che un approccio più pratico era quello che cercavo per la Scuola di Specializzazione. Tornata dall’Erasmus feci un’observership a Londra durante l’estate. Dopo la laurea mi sono trasferita a Londra dove per motivi burocratici dovetti prendermi un gap year lavorando in un retail shop, e intanto migliorando il mio livello di inglese e procedendo con i documenti per l’application al National Recruitment per il Foundation Programme. Finito il Foundation, sto ora lavorando come Junior Clinical Fellow in un centro terziario di Urologia per ampliare la mia esperienza chirurgica e di ricerca prima di proseguire con il Core Surgical Training.
Tra tanti paesi, come mai decideste di andare proprio in Regno Unito?
Mariele ― Innanzitutto la lingua – partivo già da un buon livello di base di inglese che ho ampliato negli anni (consiglio moltissimo di guardare programmi TV in inglese!). Poi avevo già una rete di amici che vivevano a Londra, e la città stessa la trovo bellissima, molto ben collegata con Milano.  Infine, il sistema di training, con un particolare focus sul training chirurgico. Il percorso di specializzazione formale in UK è molto più lungo paragonato al sistema italiano, ma lo scopo è di farti arrivare alla fine del percorso in qualità di chirurgo completamente formato e autonomo che è anzi pronto per dirigere lui stesso un team e insegnare ai chirurghi più inesperti in training. Per me questo è stato un argomento vincente.
Armando ― Sin dal liceo ho avuto il desiderio di studiare in inglese e trasferirmi a Londra, l’ho sempre trovata una città affascinante e stimolante. All’università l’insofferenza per i difetti del sistema formativo italiano mi ha fatto guardare intorno. La scelta è ricaduta sul Regno Unito per la lingua, per la vicinanza geografica e culturale e perché la loro formazione medica è piuttosto ampia.
Sara ― In Europa esistono tanti Paesi con percorsi di formazione post-laurea simili a quello del Regno Unito e devo dire che a lungo sono stata indecisa. La scelta è ricaduta sul Regno Unito per la mia maggiore padronanza della lingua inglese.
Che cosa avete trovato più sorprendente del sistema sanitario britannico, appena arrivati?
Sara ― In senso relativo all’Italia, l’attenzione attribuita alla comunicazione all’interno del sistema sanitario e tra sistema sanitario e la popolazione. In senso assoluto, forse il profondo senso di rispetto verso la struttura e la gerarchia: mi immaginavo meno formalità. Ovviamente questo quando sono arrivata: nei mesi successivi la cosa sorprendente per me era l’essere sopravvisuta 😊
Mariele ― L’inizio è stato tosto. Quello che più mi ha colpito all’inizio è stato: ABCDE. Ovvero, i protocolli. Nel Regno Unito c’è molta attenzione a seguire linee guida che siano evidence-based. Per noi che arriviamo da un sistema italiano molto flessibile a volte questo tipo di approccio appare frustrante e limitante. Però ne ho visto presto i pregi: come ad esempio in situazioni di stress, avere un sistema da seguire ti aiuta a non mancare passaggi essenziali, e in più da un punto di vista medico-legale ti ritrovi più protetto se le linee guida sono state seguite.
Armando ― Quello che ho trovato più sorprendente era l’aspettativa dei miei superiori sulle mie capacità. Nessuno pretendeva che io fossi un medico autonomo dal primo giorno di lavoro, ma si aspettavano ad esempio che sapessi incannulare, affrontare una qualsiasi emergenza con l’approccio ABCDE, riferire loro in modo obiettivo lo stato di un paziente con una nuova fibrillazione atriale. In più, il sistema inglese fa ampio uso di acronimi, che per un italiano sono criptici. Tutte queste cose i britannici le cementano durante il corso dei loro anni universitari, ma io le ho dovute recuperare in pochi giorni. Ero in confusione totale. Ma me la sono cavata!
Che cosa credete di aver imparato durante il Foundation Programme?
Armando ― Che esiste un modo di fare il medico completamente differente da quello italiano. Per esempio, non si deve essere per forza un super specialista sin dai primi anni, e un medico più completo sa fronteggiare in maniera competente gli scenari più comuni. Saper comunicare è importante quanto saper fare una diagnosi. Mi ha insegnato che trattarsi con gentilezza, tra medici, infermieri, pazienti eccetera è fondamentale per il bene di pazienti e personale, e dovrebbe essere la norma. Nessuno ha il diritto di urlarti addosso o sminuirti in modo tale da farti sparire. Ho imparato inoltre che essere formati non è un miracolo, ma un diritto da pretendere. Ma soprattutto ho imparato che può essere socialmente accettabile per uno strutturato fermarsi, guardare lo specializzando e dire “Non sono sicuro su come procedere, andiamo a studiarci l’argomento su UpToDate”.
Sara ― Ho imparato, semplicemente, il mestiere del medico. Se dovessi selezionare un insegnamento fra i tanti, direi l’ABCDE delle emergenze e come mantenere la calma mentre lo esegui.
Mariele Foundation mi ha insegnato a essere autonoma, “safe“, a lavorare in team, a gestire on-calls di giorno e di notte, a discutere referrals, ad ascoltare i pazienti, a comunicare con i pazienti e le loro famiglie. Concordo con Sara: Foundation mi ha insegnato il mestiere del medico. Probabilmente non ha accresciuto molto la mia conoscenza medica, ma per questo ci sono gli anni a venire.
Quanto è stato impegnativo essere un medico nel Foundation Programme per voi?
Mariele ― Il primo anno è stato estremamente faticoso, mi ha provato fisicamente e in più di qualche momento scoraggiato. Dall’altro lato F1 è un’esperienza faticosa anche per chi ha studiato nello UK e ciò crea legami forti con i tuoi colleghi, e sono questi rapporti che ti danno la forza per superare i momenti difficili. F1 significa essere medico, dal primo giorno di Black Wednesday. Ci sono sempre i senior a cui chiedere aiuto, ma sei la prima persona che viene chiamata quando il paziente sta male in reparto e devi iniziarne la gestione. F2 è stato molto più leggero a confronto, sia per questioni di ospedale organizzato meglio, sia perché incominci a nuotare senza sentirti i piombini alle caviglie.
Armando ― I ritmi lavorativi sono molto intensi, e il carico di lavoro in UK è nettamente superiore rispetto all’Italia, anche a causa di un numero minore di medici.  Inoltre, fare il medico è un lavoro già di per sé difficile, immaginate a farlo in un paese che non conoscete, in una lingua non vostra, in un nuovo sistema sanitario, senza una rete di supporto. Ma è un percorso di cui non mi sono pentito.
Sara ― Le responsabilità con cui mi sono scontrata all’inizio mi hanno fatto vacillare e a volte ho creduto di non farcela. Per fortuna ho avuto un ottimo supporto dai miei supervisors e dai miei colleghi. Il carico di lavoro, ovunque dove ho lavorato ma soprattutto in medicina e in pronto soccorso, è stato pesante, stressante e a volte persino spaventoso. Probabilmente non lavorerò mai più in maniera così intensa come certe notti in general medicine.
E invece, oltre al lavoro, com’è vivere in Inghilterra?
Sara ― Mi riesce difficile rispondere a questa domanda: non ho ancora maturato un vero giudizio complessivo sulla mia esperienza di vita all’estero. Da un punto di vita pratico mi sono trovata molto bene: rispetto all’Italia è più facile cercare casa, spostarsi, sbrigare commissioni. Da un punto di vista sociale, Londra è un melting pot e un porto di mare ben oliato e offre una miriade di esperienze. La cosa che mi mancava di più era la spontaneità nei rapporti sociali: a Londra tutto deve essere organizzato con largo anticipo e anche un semplice caffè con gli amici non si improvvisa.
Mariele ― Vivere in Inghilterra ha i suoi alti e bassi. Vengo da Milano e il clima non lo sento particolarmente differente. Però sì, manca il sole caldo della primavera, mancano i prodotti tipici, manca il poter prendere l’auto e andare a fare un giro in una località qualsiasi del nostro bellissimo Paese. Ringrazio che posso volare a casa facilmente ogniqualvolta abbia nostalgia di queste cose e delle persone. Una volta che ci si stabilizza, si creano dei contatti sociali più profondi, delle proprie routine, ci si può sentire a casa anche nello UK. Mi piace la gentilezza, anche se magari mascherata da un atteggiamento passive-aggressive, del popolo inglese e non mi manca per niente la maleducazione italiana. Per ora ho solo vissuto a Londra che è una città che non si ferma mai, che offre mille attività ed è piacevole da girare. Per il resto dell’Inghilterra ti saprò dire in futuro.

Armando ― Sono d’accordo, c’è Londra e poi tutto il resto. Ho vissuto il mio primo anno in una cittadina costiera di duecentomila abitanti; nella via principale i locali chiudevano verso le cinque di pomeriggio, c’era solo un cinema e dal gelido lungomare si vedeva un’acqua torbida. Tuttavia quell’anno è stato fantastico dal punto di vista sociale, perché il posto non esattamente ridente ha spinto tutti e trenta noi F1 a far gruppo e stringere amicizie che durano fino a oggi. Londra invece è l’opposto. Una città enorme, vibrante e brutale, dove le distanze e la prospettiva di passare un’ora in metro uccidono la voglia di incontrarsi. Però è una città che non ti annoia mai e che ti incanta, se hai un po’ di tempo, i soldi per viverla sul serio e una buona rete di supporto. Non ci crescerei i miei figli, ma indubbiamente consiglierei di viverci per qualche anno.

Ma se la formazione è così valida e Londra è così stimolante, come mai siete tornati in Italia?
Armando ― Non è stata una scelta facile. Io e la mia fidanzata (ora moglie) decidemmo di partire per l’UK pensando di stabilirci là permanentemente. Tuttavia man mano che conoscevamo il sistema formativo e il paese, ci siamo resi conto di tanti difetti. In primis, la formazione in UK è sì completa ma molto lunga, nove anni. Questo non è un problema dal punto di vista educativo (non ho fretta), ma è obbligatorio cambiare ospedale quasi ogni anno, e ogni step della specializzazione è molto competitivo, particolarmente a Londra. Può essere molto difficile stabilirsi in una zona, comprare casa, creare una famiglia, e la qualità di vita ne risente molto. Senza contare che essendo noi entrambi medici, le possibilità di essere scaraventati in due posti diversi del Regno sono elevatissime.
Poi ci sono tante considerazioni al di là del lavoro. Lo scenario politico nel Regno Unito negli ultimi due anni è culminato con la Brexit, e da paese ospitale ora lo avverto come ostile; l’incertezza non mi piaceva. E poi il clima e il costo della vita, l’affetto per l’Italia, per la mia identità culturale, per la mia famiglia. Tutti aspetti che trovo molto più importanti di quanto credessi, e a cui ho deciso di dare la priorità ora. Ma cambiare strada è possibile, se dovessi rendermi conto che questa non fosse la scelta più giusta, lo cambierò una terza. In qualche modo dovrò tenermi giovane, no?
Sara ― Quando sono partita il mio desiderio era rispondere a una precisa esigenza formativa: tradurre quello che avevo letto sui libri all’università in una modalità operativa che mi consentisse di fare il medico. Mi sono riservata di navigare a vista per i primi tempi, ma ho presto realizzato che non avrei mai voluto vivere all’estero per sempre e che non sarei stata in grado di crearmi una vita per me soddisfacente fuori dall’Italia. Quindi, contenta di aver completato il percorso del FP e considerato che per diventare specialisti in UK occorrono circa nove anni, non mi è sembrato giusto vincolarmi per un tempo così lungo. Detto questo, sono ancora convinta che dalla formazione inglese escano dei medici più completi e con conoscenze e competenze più uniformate. È un’esperienza che consiglierei a chiunque ne avesse la possibilità.
Armando e Sara, domanda di rito: qual è stata la vostra prima impressione del ritorno in patria?
Armando ―Al lavoro c’è una mentalità molto diversa. Pochi specializzandi mettono in discussione l’autorità, anche quando ottengono due risposte differenti alla stessa domanda, o quando qualcuno urla loro contro. L’intero sistema è molto più basato sulle abitudini del reparto in cui ci si trova, i protocolli non esistono e l’evidence-based medicine è vista con fastidio. Mi preoccupa che molti specializzandi si adeguino sconsolati al sistema, ma ho anche incontrato diversi colleghi che la pensano come me. Trovo che il primo cambiamento da effettuare sia quello culturale. Che fino a quando non inizieremo a esigere rispetto, non lo otterremo mai. Io cerco di implementare qui in Italia quello che ho imparato all’estero. Faccio domande, ribatto quando non sono d’accordo. Confronto ciò che mi viene detto con l’evidenza scientifica, poi applico quella. Tento di essere sempre entusiasta e non do nulla per scontato.
Sara ― Mi hanno colpito i toni indisponenti, sbrigativi e talvolta francamente maleducati di certi colleghi italiani, soprattutto nei confronti dei pazienti. In Inghilterra la parola d’ordine è “be nice” e ne ho fatto un mio modo di essere sul lavoro. Il fatto che adesso sia io a notarlo negli altri mi fa pensare che forse in passato anch’io venissi vista così (orrore!). Un’altra differenza che salta all’occhio sin dal primo giorno di lavoro in Italia è la questione della privacy del paziente: inesistente in Italia, di somma importanza in Inghilterra.
E Mariele, cosa ti fa rimanere in Inghilterra?
Mariele ― Mi piace il mio lavoro, la mia vita qui e sono contenta. So che l’esperienza chirurgica in specializzazione in Italia sarebbe troppo un terno al lotto in base al Professore con cui capiterei, e voglio essere un chirurgo autonomo con una buona base medica. Il futuro dopo la Specializzazione in Italia è molto incerto. E mi piace complicarmi la vita.
Che cosa direste a un laureando italiano in cerca di consigli sul proprio futuro?
Mariele ― Leggi Barcielonda 😋
Direi: prova, esci dalla tua comfort zone, vai in Erasmus o cerca di fare un periodo all’estero. Pensaci per tempo, ma anche non ti disperare per il tempo perché un anno o due o tre sono quisquilie nel grande schema della vita, soprattutto se ti serve per trovare la tua strada.
Armando ― Non ti accontentare. Vai all’estero, durante e dopo la laurea, vedi un altro paese e poi decidi se tornare.
Sara ― Consiglierei di prendere seriamente i primi anni dopo la laurea, perché saranno quelli più importanti per scoprire che tipo di medico potrà essere. Ciò non significa necessariamente cercare l’esperienza all’estero, ma semplicemente non accontentarsi della scelta più facile. Inoltre consiglio a tutti gli studenti e specializzandi un serio corso d’inglese, se non lo conoscono già.

C’è qualcosa di cui non abbiamo discusso e di cui vorreste parlare?

Mariele ― È impegnativo, but it is worth it.
Armando ― Sì. Scrivete e parlate di farmaci utilizzando i cazzo di principi attivi, diamine! Che alla fin fine non ve li ricordate neanche più e fate le cazzate!
Grazie mille a tutti e tre. So già che sarete lietissimi di rispondere a eventuali domande dei lettori nei commenti!

Medici europei nel dopo-Brexit

Da piú di un anno mi state scrivendo in molti per chiedermi un parere sulla situazione dei medici europei nel Regno Unito, nel periodo dopo Brexit. Scrivo quindi questo articolo riassuntivo per rispondere alle domande frequenti.

  • Dopo Brexit la laurea italiana in medicina sarà riconosciuta?
  • Per iscriversi al General Medical Council si dovrà superare il PLAB, l’esame attualmente richiesto ai medici extra-europei?

Purtroppo queste risposte non ce le ho: è troppo presto per dirlo, e sono questioni molto specifiche. Non si sa niente di che cosa succederà a livello nazionale, figuriamoci per una cosa così specifica come i medici europei che lavorano nell’NHS.

La mia impressione puramente personale è che non ci saranno grossi problemi a lavorare in Inghilterra, hanno troppo bisogno. Il personale medico qua è sicuramente sotto organico. Il Regno Unito è uno dei paesi europei con più basso rapporto medici/popolazione. Magari il riconoscimento della laurea sarà meno automatico, e sí, potrebbero estendere il PLAB anche agli europei.

Ma non credo che le cose cambieranno moltissimo. Senz’altro non cacceranno mai alcun medico! Avanzare nella formazione potrebbe essere più difficile, perché potrebbero legalmente privilegiare i britannici rispetto agli europei – cosa che finora è illegale.

  • Ho letto che dopo il referendum c’è stato un aumento dei crimini d’odio verso gli stranieri. Ti è capitato di essere stato preso di mira perché sei italiano? Il sentimento contro lo straniero è davvero così forte?

Il referendum ha dimostrato che la società britannica è polarizzata. I sostenitori della Brexit tendono a essere meno istruiti e benestanti e a vivere in aree piú deprivate. I favorevoli sono generalmente piú giovani, hanno un titolo universitario, e vivono a Londra o in altre zone ricche. Quel voto l’ho interpretato come puramente xenofobo.

Solo una volta mi è capitato che un inglese commentasse con disappunto il fatto che fossi un medico straniero – ma era ubriaco, in pronto soccorso. Ho avuto, d’altra parte, molte manifestazioni di rammarico per il risultato del voto. Credo inoltre che in generale gli italiani siano visti positivamente, in Inghilterra.

Detto questo, trovo che il carattere nazionale britannico tenda a essere meno diretto nelle sue manifestazioni, rispetto a quello italiano. L’amabile signora di Chelsea che sto visitando mi starà anche raccontando di quanto lei adori il Lake Como, ma magari preferirebbe che io avessi un accento meno sdrucciolevole, e che avessi studiato a Cambridge.

  • Conviene ancora andare a lavorare nel Regno Unito?

Questa è una domanda che mi viene posta almeno una volta al mese, con la variante Brexit o assoluta. Trovo che sia un quesito a cui non si può dare risposta. Le motivazioni che spingono ciascuno di voi a prendere in considerazione l’idea di trasferirsi all’estero sono le piú varie, come lo sono i freni che vi trattengono in Italia. Il desiderio di trovare una formazione migliore, la distanza dalla famiglia, la speranza della meritocrazia, il legame con i luoghi, la voglia di cambiamento, la lontananza dalla propria cultura, il rapporto lavoro tempo libero, lo stipendio e la qualità della vita sono alcuni dei fattori piú comuni che voi stessi mi citate. Riconosco che non sono minuzie, e capisco la profondità dei vostri dubbi. Ma capirete che non posso commentare la vostra personalissima situazione?

Per dare una parvenza di risposta, da un punto di vista professionale la specializzazione in Regno Unito è sicuramente valida – conferisce delle basi solide a tutto tondo; e una discreta preparazione specialistica. Lavorare come Consultant conferisce molte piú responsabilità e soddisfazioni (e soldi!) che come specialista in Italia. C’è però molta gavetta da fare; il lavoro è spesso molto intenso e c’è moltissima competizione per andare avanti. Quanto a tutto il resto, ribatto con altre domande: siete disposti a vedere famiglia e amici molto meno spesso di quanto siete abituati? A ritrovarvi ad essere stranieri? A incespicare mentre parlate, per quanto bene conosciate l’inglese? A lavorare quattro notti di fila stando svegli tutto il tempo?

Che cosa immolerete per i vostri progetti?

Glamour in geriatria

È martedí mattina, e devo fare – da solo – il giro visite di metà reparto di geriatria. Quindici pazienti d’antan da visitare, barcamenandomi come meglio posso tra le domande della logopedista, le richieste degli infermieri, i consigli dei farmacisti. Quindici persone a cui devo chiedere se sono andate di corpo, e magari aumentare il dosaggio dei lassativi.

M0016902 Casserius, Tabulae Anatomicae.


«Dottore, oggi mi sento molto ansiosa. Non riesco a smettere di mettermi le dita del naso. Mi può aiutare?»

«In che senso?»

«Mi può legare le mani alla sedia?»


Figlia della signora turca che non parla inglese: «Dottore, mia mamma non vuole piú restare in ospedale, vuole andare a casa.»

«Ma signora, sua madre proprio ieri era settica e ha un’ulcera di venti centimetri infetta.»

«Lo sa, ma vuole andare a casa lo stesso.»


Paziente con demenza vascolare avanzata, multipli ictus pregressi, nutrita tramite PEG, cardiopatia ischemica, insufficienza renale cronica, diabete mellito tipo 2, ipertensione, piaghe da decubito.

«Buongiorno, signora Burton! Come si sente oggi?»

«…»

«Un po’ meglio la diarrea? Oppure è come ieri?»

«…»


«Aaaargh! »

Parametri vitali normali, veloce esame obiettivo senza particolari reperti. La Bristol stool chart mi indica che la signora non è andata di corpo per tre giorni di seguito. Magari è la stipsi che sta peggiorando il delirium. Prendo la cartella di prescrizione: sta già facendo senna 15 mg, movicol 2 bustine tre volte al dì, lattulosio 15 mL due volte al dí. Impugno la penna e faccio un affondo con l’arma del geriatra:

Clistere di fosfato, uno, per rectum, immediatamente.


«Dottore, ma perché state perdendo tempo? Nostro padre ha un tumore metastatico e mi sembra che nessuno stia facendo niente per fermarlo!»


Vecchietta adorabile, tutta pelle e ossa: «Ma perché è entrato in casa mia?»

«Signora, ma non siamo a casa sua, siamo in ospedale, e io sono uno dei medici.»

«Ah, è vero. Però questo è il mio letto. Dottore, guardi questa spilla sulla mia borsa!»

«E che cos’è questo cannone?»

«Ma come, “che cos’è”! È una spilla dell’Arsenal! Se ne vada immediatamente da casa mia!»


Paziente che stava aspettando da una settimana di essere dimesso in una casa di cura. Oggi pare molto agitato, e appena mi vede fa: «Portate via tutti questi bambini! Ne ho abbastanza dei loro scherzi!»

Controllo i parametri vitali. Frequenza cardiaca 174, irregolare; tachnipnoico. Normoteso. Era sempre stato in ritmo sinusale. Mi giro, ma ovviamente l’infermiera non è nella stanza. Vedo l’assistente infermieristica che ha appena finito di cambiare un paziente.

«Alicja, dov’è l’infermiera?»

«È in pausa.»


«Dottore, oggi sento un rumore nel petto.»

«Che intende, signora? Ha dolore, o le manca l’aria?»

«No, no: sento proprio un rumore che viene dal petto.»


Paziente ricoverata da piú di un mese, ogni giorno lamenta un nuovo problema, numerose indagini tutte negative. Obesa, giace su un letto bariatrico. Sta facendo dosi micidiali di morfina, sotto la guida della squadra di terapia del dolore. Appena entro nella sua stanza inizia a gemere.

«Sto malissimo oggi, dottore! Ho un fortissimo dolore alla mano, non riesco a respirare bene, mi fa male l’orecchio, non ho proprio fame e mi sento tutta gonfia!»

Fisso il suo carrello pieno di cioccolatini, panini e caramelle, poi sollevo lo sguardo per guardarla. Sento le mie labbra formare un impercettibile sorriso.

«E mi dica, signora.» Sfodero la penna. «Quand’è l’ultima volta che è andata di corpo?»

Tre notturni

La Medical Registrar cinese al telefono

— È molto agitato?

— Che cosa sta facendo esattamente?

— Va bene, dagli un po’ di Lola.

— Di Lola. 1 mg.

(Spazientita) — Sí, sí, 1 mg di Lola. Lolazepam!

Un’infermiera al telefono con me

— Dottore, può controllare se il livello di gentamicina per la mia paziente è pronto? Non so se dare o meno il farmaco.

— Sí certo, mi puoi dire il numero nosocomiale?

— Vediamo, ok è zero zero sette tre quattro… No, fermo!

— Eh?

— FERMO, HO DETTO! CHE STAI FACENDO? Dottore, aspetti un attimo! POSALO SUBITO!

— Che succede?

(La cornetta cade a terra. Rumori concitati, passi che si allontanano di corsa)

(Silenzio)

(Risponde un’altra voce)

— Dottore, un paziente sta provando a togliersi la cannula dal braccio con un coltello, dicendo che è un pesce. L’infermiera si è dovuta allontanare per inseguirlo. Attenda in linea, per cortesia.

Mentre sono alle prese con una tachicardia sopraventricolare in un reparto di geriatria

Una paziente dall’altro lato della stanza inizia a gridare:

— BANG, BANG!

Mi giro perplesso: una vecchina minuscola, calva, con innumerevoli pustole sulla testa, si sta colpendo a pugni in testa mentre urla:

— BANG, BANG! È mio marito!

— Signora, che sta facendo?

— Mio marito è venuto qua a picchiarmi, BANG BANG!

— Ma signora, siamo in ospedale e sono le due di notte, non c’è nessun altro oltre a me, e sono un medico, è al sicuro!

— Non è vero! Mio marito è qua per uccidermi, e lei non sta facendo niente per fermarlo! BANG, BANG!

Delle pustole scoppiano sotto i colpi incessanti della signora. Pus misto a sangue si riversa sui suoi pugni.

Mi sa che è giunto il momento di un po’ di Lola.